Il potere curativo dello scoutismo

Hai mai pensato al potere curativo dello scoutismo? Quello che sta a contatto con i bambini/e, i ragazzi/e nelle unità e gli adulti nelle comunità capi.

Leggevo l’altro giorno una biografia su un artista che ammiro molto, John Coltrane, che ad un certo punto della sua vita è “partito” per una ricerca musicale ma anche spirituale.

Riporto qui sotto un suo scritto: se cambiassimo la parola musica con scoutismo verrebbero forse fuori i desideri di tanti capi, quello di poter essere – grazie allo scoutismo fatto di serate di staff, di impegni i pomeriggi durante la settimana o le uscite e riunioni nei week end – persone che si prendono cura dei problemi che hanno i nostri bambini/e, ragazzi/e o semplicemente essere dei “distributori di felicità”: felicità di giocare, felicità di scoprire l’altro, felicità di fare servizio, felicità di fare strada e questo anche se per arrivare a quella felicità si percorrono sentieri sconnessi, incerti o impervi.

Mi piacerebbe dare alla gente qualcosa di simile alla felicità.

Scoprire un sistema per far sì che quando voglio che piova, si metta a piovere all’istante. Quando uno dei musicisti è malato, suonargli una certa musica che lo guarisca; e quando è al verde, suonargliene un’altra che faccia trovare subito tutti i soldi che gli servono.

Ma quali siano questi brani e quale la strada da percorrere per impararli, non lo so. I veri poteri della musica sono ancora ignoti.

Essere in grado di controllarli dovrebbe essere, credo, lo scopo di ogni musicista. Cercare di capire queste forse è la mia passione. Mi piacerebbe provocare una reazione in chi ascolta la mia musica, creare davvero un’atmosfera.

E’ in questa direzione che voglio impegnarmi e spingermi il più lontano possibile.

John Coltrane (1926-1967)

E se non conosci Coltrane qui uno dei suoi brani più belli.

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Perchè fare il caposcout?

Chiudo questo 2017 scout con un video tratto da una TEDxTalks riguardante gli scout danesi. La domanda che si pone la capo scout è semplice:

“Perchè ogni anno – ogni settimana – ogni mercoledì organizzo due ore di attività con bambini/e di altre persone/genitori?”

La sua risposta è che:

  • vuole che questi bambini/e diventino i migliori adulti nel futuro
  • che abbiano fiducia in sè stessi e che nel crescere, siano orgogliosi di sè stessi
  • che si prendano cura degli altri e che le loro energie siano anche donate a chi ha bisogno

Il video è molto interessante e parla anche dell’importanza del ruolo del capo scout come una figura adulta che permane per più anni nella vita del bambini, ragazzo, adolescente laddove – nella scuola o in famiglia – rischia di avere modelli adulti non stabili nel tempo.

Il peso dell’educazione negli scout: educare al pensiero critico e divergente

Fare scoutismo vuol dire specialmente fare educazione: dobbiamo però renderci conto che noi siamo educatori di 2° o 3° livello, non in senso qualitativo, ma in senso di dovere prioritario ad educare che spetta alle famiglie prima di tutto e alla scuola poi (vuoi anche solo per il tempo che ci si passa..)

Il nostro compito come scout è educare anche al pensiero critico e divergente, ad educare i ragazzi/e a pensare, riflettere, prendere posizione (anche differenti e contrastanti), ma sempre a ragionare, leggere, documentarsi, fare esperienze.

E’ anche nostro compito come educatori saperci fermare laddove i problemi sono più “grandi di noi”: purtroppo la dissoluzione in atto da anni delle strutture sociali e di assistenza sociale (o a volte uno “scaricabarile” di alcune di queste verso i gruppi scout locali) oltre al sempre minore “appeal” di altre istituzioni educative sulla fascia adolescenziale ci rendono sentinelle di frontiera in tantissimi casi dove ci spendiamo fino al limite delle nostre forze e anche capacità.

Compito dell’Associazione è supportarci in tutto questo: per questo da anni mi sto battendo perchè gli sforzi dell’Associazione, anche economici, siano volti a dare questi supporti tramite le strutture associative (motivo per cui da alcuni anni l’Agesci si sta impegnando a risanare interventi immobiliari errati del passato tramite una gestione oculata e attenta: le risorse rese disponibili nel futuro potranno, se ben amministrate, offrire servizi migliori e ulteriori ai soci).

Post personale: come vedo il mio futuro negli scout?

Ogni tanto mi chiedo il mio futuro scout quale sarà: non è solo per gli altri impegni della vita che fortunatamente ci sono (lavoro, famiglia, tempo libero) ma perché vedo l’essere scout fortemente inserito all’interno di un contesto di confronto e crescita che si chiamava branco quando ero piccolo e poi si chiamava comunità capi da grande.

E invece certi incarichi di servizio, come quelli che sto vivendo da alcuni anni e ora (son pubblici qui), non prevedono una “comunità” e quando ci sono da affrontare situazioni difficili, situazioni che mai ti saresti aspettato di trovare nel mondo scout, non è facile mantenere la lucidità e forza d’animo.

Fortunatamente ci sono persone che mi hanno dato fiducia e poi il mio pensiero è stato spesso questo di Mark Twain

“Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro.Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite.”

Uno spaccato sulla vita del capo

Sull’ultimo numero della rivista Il Galletto inviata ai capi della mia regione (Emilia-Romagna) è presente una interessantissima analisi su alcuni dati statistici legati alla formazione dei capi e alla loro permanenza in comunità capi.

Non mi dilungo tanto sul numero della rivista lasciandovi il link per scaricare e leggere i vari interventi e riflessioni, tutti molto interessanti.
Ci sono sicuramente alcuni dati che mi hanno fatto riflettere:

  1. Il rapporto capi-ragazzi sta aumentando: da 4,5 ragazzi per ogni capo nel 2010 a 4,8 ad oggi
  2. I censiti crescono del 9% ma il numero dei capi solo del 3,4%
  3. Un 12,7% dei capi è rimasto censito negli anni senza nessun tipo di formazione
  4. Un 10,3% dei capi è entrato in comunità capi con una certa formazione ma non ha progredito

Le riflessioni sono poi diventate domande ovvero:

  • E’ l’attuale iter di formazione capi la migliore risposta alle necessità formative dei capi?
  • E’ l’attuale modalità organizzativa dell’Associazione la migliore per rispondere alle necessità di zone e gruppi?
  • E’ il capogruppo adeguatamente formato ad essere motivatore e primo formatore del capo tirocinante? Ed è questo ruolo sostenibile nel tempo? I nel fatto di essere a volte anche capo di altre unità o di avere meno tempo di altro o comunque di non essere scelto per le capacità motivazionali / organizzative ma per mera questione che “non c’era nessun altro”?

Sono pensieri sparsi ma è importante che, presi dalla necessità di tenere aperte le unità ogni anno, non perdiamo una visione più alta che ci deve portare ad affrontare i problemi alla radice e non a “sopravvivere” di anno in anno.